Velletri, il ricordo di Mario Falzoi

Due anni fa ci lasciava un amico e un leale e preparato operatore pubblico di questa nostra città.

Mario Falzoi lo vogliamo ricordare per il suo impegno professionale, civile e sociale, al servizio della comunità e per lo spirito acuto, e inaspettatamente ironico, nell’osservare e valutare le cose. Molto tempo fa (quando eravamo ancora giovani!) aveva scritto, tra gli altri, questo racconto per una rivista, all’epoca da me editata e diretta, che intendeva stimolare lo spirito civico della nostra gente. Racconto che ci richiamava con garbo e ironia ad una doverosa riflessione sul destino degli eventi e dei comportamenti nelle umane vicende. Riflessione che appare oggi quanto mai attuale!

Lo ricordiamo e lo salutiamo così.

A rivederci, Mario.

Massimo Fabi

IL RACCONTO “MALA TEMPORA”

MALA TEMPORA!

Ovvero, quando la buona volontà unita all’impreparazione rischia di rendere drammatiche situazioni già di per sé difficili: storie d’altri tempi ma sempre attuali.

di Mario Falzoi – pubblicato sulla rivista “Città”

Le antiche cronache non parlano molto circa l’alluvione che nel 1300 colpì le terre dell’OltrePo Pavese. Dopo tre giorni di pioggia battente, ventiquattr’ore su ventiquattro, fu il finimondo, le acque del Po uscirono un po’ troppo e trasformarono la zona in un immenso lago. La gente se ne stava sui tetti delle case, sotto la sferza dell’acqua, ad aspettare la provvidenza. Si trattava, e si tratta, della migliore gente della regione, che avrebbe sopportato con forza e spirito di abnegazione quella sciagura se non fossero intervenuti i soccorsi. Strano, eh?! State a sentire.

Poco distante, a Casalpusterlengo, stava di stanza una guarnigione della più celebre delle armi allora conosciute, la cavalleria! La comandava un certo Leone di Montegreve, già capitano della milizia, trasferitovi dallo Stato Maggiore per motivi disciplinari. Era un esaltato, aveva fatto l’Accademia, combattuto contro i Mori, nella Guerra Santa aveva perso un occhio, nella campagna di Turchia aveva perso un braccio, in Marocco aveva perso la dignità mentre in caserma aveva fatto perdere la pazienza sia agli ufficiali che ai soldati.  Nella sua stanza aveva riunito, quel giorno, tutti i graduati: “Camerati, l’ora è grave. – aveva detto – Le inondazioni stanno decimando questa gloriosa popolazione che con animo nobile, virtuoso, spinto dai migliori ideali, ha lasciato a noi un segno indelebile della sua grandezza! Sta a noi, in questo triste frangente, portare l’aiuto che essi invocano, affinché la loro salvezza sia cosa certa, rapida, garantita. È tutto. Signori, fra un’ora in marcia!”. Squilli di tromba, movimento in caserma, ordini lanciati da un piano all’altro e infine si aprì il portone: così sul ponte levatoio cominciarono a sfilare, capitano in testa, duecento cavalli con sopra altrettanti uomini fra i più disorganizzati, impreparati, e maleducati, che l’esercito abbia mai conosciuto.

I primi guai cominciarono quando, dopo tre ore di marcia, si accorsero di aver sbagliato strada. Allora la compagnia fu divisa in due e cento uomini, comandati da un giovane ufficiale, andarono in un’altra direzione. Sulla strada invasa dall’acqua erano scomparse tutte le indicazioni e intanto s’era fatto buio… inutile continuare. Si accamparono alla meglio con le tende e accesero il fuoco per cucinare ma quando si trattò di mettere il cibo in pentola scoprirono con rabbia che tutte le provviste le avevano quelli dell’altro gruppo. E chissà dov’erano… Fu uno sbraitare verso i subalterni che risuonò per tutta la vallata! Leone di Montegreve imprecò ed inveì tanto che sembrava che anche l’altro occhio dovesse schizzargli via dalla testa; per quella notte bevvero acqua calda! Gli altri non furono più fortunati: giunsero nella zona colpita e non poterono cucinare perché non c’era legna e, ammesso che ce ne fosse, era impossibile accendere il fuoco su mezzo metro d’acqua! Anche questi bevvero acqua: fredda però e passarono la notte a cavallo perché al buio non trovavano la via del ritorno e gli stessi cavalli avevano l’acqua alle ginocchia!

Alle prime luci dell’alba arrivò anche l’altro contingente con il capitano Montegreve in testa ma dalla parte opposta: li separava uno specchio d’acqua in mezzo al quale c’era la gente alluvionata. Cominciò l’opera dei soccorsi. Di barche neanche a parlarne: a quell’ora, con la piena, erano arrivate al mare. Si tentò di avvicinarsi con i cavalli, dai tetti delle case i contadini guardavano la scena e agitavano le braccia. “Eccoci, coraggio! Stiamo arrivando!” urlava il capitano mentre il suo cavallo cominciava ad immergersi nell’acqua: “Non abbiate paura, siamo qui noi!” faceva l’ufficiale dall’altra sponda. Ma la gente non chiedeva aiuto, no: stava soltanto cercando di dirgli che sotto l’acqua c’erano dieci metri di strapiombo mentre le case erano al centro ma su di una collina! Troppo tardi! I due drappelli furono inghiottiti da una parte e dall’altra mentre fra i nitriti dei cavalli che annegavano e le urla degli uomini che cercavano di salvarsi si assistette ad una vera e propria caccia al tetto: tutti raggiunsero a nuoto le case andando a far compagnia agli alluvionati. Verso l’imbrunire ricominciarono i morsi della fame ma questa volta andò meglio perché su ogni tetto c’erano le vivande. “Distribuite il cibo alla gente – ordinò il capitano – affinché essi si sazino e voi ritempriate le vostre forze!”. Quella frase completò l’opera. Il cibo era da cucinare e la brillante idea fu quella di bruciare qualche asse di legno dei tetti per il fuoco. A nulla valsero le proteste dei contadini: cominciarono a litigare coi soldati i quali, già impazziti per la fame, avevano acceso il soffitto, i tetti bruciarono come scatole di fiammiferi e fu un lanciarsi in acqua un’altra volta. A notte si vedevano le acque rischiarate qui e là dai fuochi delle case e centinaia di teste che uscivano dall’acqua.

Tre anni dopo nella stessa zona un forte terremoto decimò tutte le costruzioni ma questa volta i contadini non persero tempo. Finite le scosse, i superstiti presero calce e mattoni e rimisero in piedi le loro case… pensate, in soli tre giorni! Giusto in tempo prima che arrivassero i soccorsi della Cavalleria di Montegreve.

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