Una produzione praticamente a costo zero, con tanta passione e con moltissimi trucchi del mestiere, che hanno però portato ad un risultato apprezzabile e straordinario. “L’ultimo invito”, film curato da Sara Ceracchi, scrittrice e autrice di testi cinematografici oltre che letterari, è adesso in distribuzione sulla piattaforma nazionale Chili e può essere visto in tutta Italia e non solo. Per conoscere le radici di quest’esperienza artistica che si prefigura molto interessante abbiamo intervistato l’ideatrice e deus ex machina del lavoro, approfondendo vari aspetti dalla regia alla trama.
Ti abbiamo conosciuta come autrice di testi letterari, questa sceneggiatura è per te una prima esperienza oppure avevi già alle spalle delle collaborazioni o delle idee rivolte al cinema?
No, non è la mia prima esperienza. Io ho studiato lettere e cinema, e la mia attitudine principale è sempre stata quella di raccontare storie, con la scrittura, col disegno o con l’audiovisivo. La sceneggiatura riesce a condensare abbastanza bene tutte le mie inclinazioni, e negli ultimi anni ho preso a dedicarmici in maniera più seria e continuativa.
Qual è stata la scintilla che ti ha portato a scrivere questa sceneggiatura?
Il mio amico e collaboratore Gianluca Filippi, videomaker e fotografo di talento, mi aveva espresso nell’autunno 2019 l’intenzione di realizzare un cortometraggio con per argomento la violenza di genere, avendo in mente solo un titolo, “L’Ultimo Invito”, appunto. Poi è arrivato il Covid, c’è stato il lockdown, io ho scritto molto e tra le altre cose ho prodotto la sceneggiatura di questo mediometraggio, lasciandomi ispirare dal titolo.
Il film è stato realizzato con il contributo gratuito dei partecipanti. Che messaggio si vuole mandare con un simile progetto?
Nessun messaggio in particolare, però, anche se “L’Ultimo Invito” è stato messo insieme grazie al contributo di tantissimi amici che lo hanno reso un prodotto “lussuoso”, possiamo dire che è la prova che, grazie al digitale, il cinema sia ormai alla portata di tutte le tasche. Questo, peraltro, non è affatto un male. Nella democratizzazione dei mezzi, se un prodotto riesce a spiccare tra gli altri non è più per le possibilità economiche che lo rendono possibile, ma per le idee che lo sostengono: il nostro non è certo un film di spicco, ma è comunque un progetto sostenuto da un grande impegno, senza il quale oggi non esisterebbe.

Entriamo nella trama: la protagonista è Rossana, una ragazza-madre che vive uno stato di abbandono e si arrabatta come può. Come ce la racconteresti, anche da un punto di vista caratteriale?
Nonostante abbia concepito un soggetto molto didascalico/ divulgativo, non ho saputo rinunciare alla creazione di personaggi che non fossero iconici ma avessero una caratterizzazione approfondita. Così, Rossana pur essendo apparentemente solo una vittima, è anche un personaggio che non fa molto per uscire dai suoi disagi finché non si trova alle strette. Anzi, inizialmente vedrebbe la soluzione ai suoi problemi semplicemente nei favori di un uomo ricco e affascinante: diciamo che Rossana ben rappresenta le virtù ma anche le miserie di molte donne che arrivano a trovarsi nella sua stessa situazione.
Massimiliano è invece l’uomo di cui Rossana si innamora, ma non è tutto oro quel che luccica…
Massimiliano è senza dubbio il cattivo, che però nutre il sincero desiderio di avere una famiglia sua, e qualcosa di più profondo del denaro e delle conquiste occasionali. Solo che pensa di poter comprare tutto, anche l’amore, la venerazione, e il fatto di vedersi riconoscere sempre di trovarsi su un gradino più in alto: quando vede che queste cose non si possono comprare rivela la sua pessima essenza.
Ti sei ispirata ad altri registi o autori cinematografici per le scene e per la trama?
No, ho più che altro rubato tratti caratteriali di persone conosciute e incontrate nella vita, che miscelati hanno dato vita a questi personaggi.

Quali sono state, al di là della parte economica, le difficoltà maggiori nel terminare questo progetto?
Il film è stato girato nell’estate 2020, in un momento di grande tregua dal Covid. Poi è arrivata la seconda ondata e così ne ha risentito soprattutto la post-produzione: piccoli incisi che mi sono resa conto mancavano da girare, il doppiaggio per alcune scene in cui la presa diretta era pessima, per non parlare di difficoltà private e personali che in una produzione non strutturata si fanno sentire abbastanza. Il montaggio lo avevo praticamente concluso già ad ottobre 2020, ma tra tutto quanto il film è stato ultimato soltanto un anno dopo.
Quanto sono durate le riprese e dove si sono svolte? Riconosceremo luoghi e/o punti di riferimento del comprensorio di Velletri e Lariano?
Le riprese sono durate una decina di giorni e notti, tra la fine di giugno e i primi venti giorni di luglio 2020. I nostri teatri sono stati Tivoli, Castel Gandolfo, Monte Porzio, Lariano, mentre a Velletri abbiamo ambientato la scena della caserma del Capitano Marchesi nel Palazzo del Comune, nella fattispecie nell’ufficio dell’assessore Menicocci che ce lo ha gentilmente concesso per una lunga mattinata.



