L’ebbrezza della letteratura: il vino fra psiche e poesia

Undici amici, altrettante conferenze, il vino come unico comune denominatore delle dissertazioni: suggestivo immaginare, a distanza di ormai un secolo, il clima che si poteva respirare all’Anfiteatro S. Francesco di Torino quando Edmondo De Amicis, scrittore (in)giustamente ricordato solo per il libro “Cuore” organizzava dei veri e propri meeting per parlare del vino da diverse angolazioni.

È questo il punto di partenza – storico più che contenutistico – del volumetto “Il vino tra psiche e poesia”, un libro di un centinaio di pagine nato dall’intuizione dell’editore Dario Petti e pubblicato da Atlantide: senza la pretesa di virare in elucubrazioni saggistiche, pagina dopo pagina si riportano le cronache leggere di quei consessi tanto coinvolgenti quanto originali.

De Amicis, scrittore dell’impegno sociale che già si intuiva dal suo capolavoro più famoso, vede il vino come un tratto unificante tra discipline apparentemente inconciliabili: medicina, leggenda, costume, persino la criminologia (alzi la mano chi non ha mai pensato che le teorie di Lombroso, seppur empiriche, abbiano un fondo di verità: lo stesso Lombroso era uno dei relatori di queste conferenze intellettual-popolari). La deduzione finale delle undici riunioni tematiche è proprio di tipo organico: il secondo sangue della razza umana, ammette De Amicis, è il vino.

Come lui anche un altro intellettuale, Giuseppe Giacosa, affronta il medesimo nodo: un fine oratore e un acuto scrittore, oltre che docente di recitazione, teatralizza la faccenda vitivinicola rendendola un canto popolare o poemetto che dir si voglia. Il vino “entra” nella poesia e nei poeti, ammettendo una capacità di recipienza della stessa e degli stessi bizzarra e veritiera.

Collante tra psiche e poesia, il nettare più amato modifica profondamente i comportamenti e rende imprevedibili le reazioni di chi lo beve. Ecco allora – annota De Amicis – gli effetti psicologici che inducono a dire le verità (non a caso, in vino veritas), l’abbattimento del pudore o l’amplificazione dello stesso (c’è chi parla senza vergogna e chi diviene muto, dopo qualche bicchiere di troppo), l’esaltazione intellettuale e il conseguente istupidimento. Una serie di casistiche che hanno come effetto positivo lo stimolo a una creazione scevra da freni inibitori, liberata dalle manie di controllo consce o inconsce di ogni essere umano.

“Il vino tra psiche e poesia”, insomma. Con le parole di De Amicis il libro in quarta di copertina si spiega ancor meglio perchè il vino sia ben a suo agio in questa posizione mediana: aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore. Non roba da poco, per qualcosa che tutto sommato si può contenere in un bicchiere.

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