Il 6 dicembre 1994 moriva il più versatile attore del Novecento italiano e internazionale: Gian Maria Volonté. Un uomo che intendeva la professione come una vera e ineguagliata immedesimazione fra personaggio e interprete, e che con tale mood lavorativo ha caratterizzato tutte le più belle e intense pellicole del cinema “impegnato”. Un artista incredibile che legò la sua esistenza alla città di Velletri, nella quale visse e si integrò fino ad amarla per la sua genuina cultura.

ACCETTARE UN FILM PER LA CONCEZIONE DEL CINEMA
«Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita». Queste parole di Gian Maria Volontè, tratte da una famosa intervista, rappresentano una sorta di manifesto poetico della sua arte. Una dichiarazione che lascia intendere come Volontè stesse sempre da qualche parte, senza mai evitare di schierarsi e soprattutto senza sottrarsi al dovere primario di un attore, quello della ricerca (e della comunicazione) della verità. Fare l’attore in maniera passiva non interessava a Gian Maria, che invece ha vissuto la carriera all’unisono con la propria vita. Una scelta, appunto, esistenziale.

DA CRISTO SI E’ FERMATO A EBOLI A SACCO E VANZETTI
Sarebbe impossibile, riduttivo e proibitivo fare una cernita delle opere migliori di Volontè. Tutte lo sono e tutte meritano questo appellativo. Sicuramente, però, tra quelle che più sono entrate nel cuore di chi scrive stanno “Cristo si è fermato a Eboli”, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi, e “Sacco e Vanzetti”, insieme ad un altro grande come Riccardo Cucciolla. Due film che sono l’emblema del cinema politicamente impegnato e dell’attore empatico verso il suo stesso personaggio prima che verso il pubblico. Nel “Cristo” accade un fenomeno strano: dopo aver visto il film di Volontè, diventa impossibile non rileggere il libro e figurarsi il protagonista con il volto di Gian Maria. Con “Sacco e Vanzetti”, invece, c’è un’altra magia: l’indignazione crescente, minuto dopo minuto, che sarebbe capace di risvegliare qualsiasi coscienza. Un film da sottoporre ai ragazzi nelle primissime lezioni di educazione civica, a scuola e non.

IL LEGAME CON VELLETRI
Il legame con Velletri è storia nota: negli anni ’80 Gian Maria si trasferisce con la compagna Angelica Ippolito nelle campagne a Nord della città, in quella villa appartenuta ad Andreina Pagnani e a Eduardo De Filippo poi, tra Rioli e Colle Ottone. Volontè si integra perfettamente nel contesto veliterno, i ricordi dell’attore sono molteplici e diversificati. Ma un ultimo grande esempio di impegno civile e politico lo regala proprio con “Tra le rovine di Velletri”, spettacolo corale che portò migliaia di persone in Piazza del Comune a Velletri e destò l’interesse dei tg nazionali. La scintilla che lo fece mettere in scena? La lettura, da parte di Gian Maria, delle memorie di Padre Italo Laracca, sacerdote che aveva appuntato un diario di guerra raccontando senza filtri la morte e la distruzione causate, a Velletri e non solo, dalle bombe. Volontè trasformò la scalinata del Palazzo Comunale in set, coinvolse decine di persone tra attori e collaboratori, realizzando un momento di memoria collettiva e riflessiva rimasto unico in tutta Italia. Era il 1994, pochi anni dopo sarebbe morto. E il suo grande impegno a favore della riapertura del Teatro Artemisio (coinvolse centinaia di colleghi, da Proietti a Montesano, da Villaggio a Rosi in un comitato a favore del ripristino del teatro) gli ha fruttato, nel 2013, l’omaggio dell’intitolazione.



