Nuova esperienza letteraria per la giovane autrice di Velletri, Sara Ceracchi. Dopo il successo di “Felici e contenti”, la scrittrice è tornata in Libreria con “Il dio Febo e altri racconti. 4 spunti per 4 sceneggiature”. Un libro che collega il cinema alla letteratura, dato che si può leggere il testo con la prospettiva di una sceneggiatura. Nell’intervista rilasciata al nostro Giornale, Sara Ceracchi ha raccontato questo omaggio alla storia antica, attraversando vari modelli della letteratura, per indagare lo scontro fra la passione e la ragione, rappresentata dalle regole sociali.
Sara Ceracchi, torni in libreria con un altro libro che questa volta già dal titolo lascia spazio a tante interpretazioni: quattro spunti per quattro sceneggiature, una prosa che si può prestare ad altre evoluzioni?
Quel sottotitolo rappresenta a pieno quella che da sempre è la mia inclinazione creativa principale, ovvero la narrazione per immagini: che siano cinema, fumetto o teatro, partono sempre da una base di scrittura, e questa, per quanto mi riguarda, nasce sempre in vista di possibili, futuri adattamenti.
Dici di voler strizzare l’occhio al cinema: ti identifichi più nella letteratura o più nell‘audiovisivo, al di là di questa volontà di far comunicare i due mondi?
Mi identifico di più nel cinema. Penso sempre di voler far approdare le mie storie e personaggi sugli schermi, perché per me il cinema rappresenta il non plus ultra della rappresentazione, l’unico mezzo in grado in grado di rispecchiare meglio possibile l’immaginazione dell’essere umano. L’editoria rappresenta un campo relativamente meno difficile da raggiungere rispetto al cinema, proprio per questioni pratiche ed economiche, quindi partire da questa per me rappresenta un passo necessario: poco male però, perché adoro scrivere e, ripeto, una buona storia è la base solida per qualsiasi trasposizione.
Scomodi molti personaggi illustri della letteratura, della storia, della mitologia. Intitolare il libro “Il dio Febo” è una scelta precisa…
Ho voluto omaggiare la nostra Storia più antica, il mescolarsi di DNA e civiltà che nei secoli hanno generato la nostra e l’hanno caratterizzata nelle abitudini di vita e di pensiero che dopo secoli sono ancora le stesse, che vengono da lì e non sempre ce ne rendiamo conto; mi è piaciuto concentrarmi sulla cultura greca che ha dilagato nel nostro Sud Italia, con il paganesimo, con l’arte e con tutto un mondo di realtà affascinanti che in questo piccolo spazio è impossibile discutere adeguatamente.

Rispetto alle precedenti esperienze, hai cambiato il registro stilistico dei tuoi testi contenuti in questo libro?
“Felici e Contenti” è una raccolta di saggi, seppur umoristici, mentre “Il Dio Febo” è prettamente un libro di narrativa, quindi senz’altro c’è stato un cambio di tipologia. L’umorismo ha tenuto, in qualche angoletto, perché è sempre il mio primo impulso espressivo, ma non c’è dubbio che i quattro racconti di questo libro siano d’impronta drammatica. Ho assorbito un po’ gli umori che hanno travolto tutti negli ultimi due anni, e poi mi piace mettermi alla prova, diciamo così.
Quali sono i due temi principali del libro e come li sviluppi?
Mi hanno chiesto più di una volta, in questi ultimi giorni, come riassumerei la tematica del libro: credo che narri essenzialmente dell’eterno scontro tra la passionalità umana e le regole sociali che ci siamo costruiti attraverso i secoli, che sono indispensabili, ma spesso collidono con la ricerca della serenità.
Padre Febo ha un problema che collide con il suo lavoro sacerdotale: è bellissimo, quasi dalle sfumature mistiche nella sua bellezza. Come se la cava con questo “imprevisto”?
In una parte del racconto si parla di “scontro” tra la sua anima cristiana e il suo (giovane) corpo pagano. Padre Febo cerca di lottare contro forze elementari insite nella natura umana che sono difficilmente arginabili nella loro semplicità: a volte resiste, a volte si giustifica, a volte cerca di rimediare per tornare nel suo ruolo di uomo consacrato a Dio.
Un altro personaggio femminile interessante è Bianca, che ha una caratteristica fisica che la rende inconfondibile…
Bianca è ricalcata su un personaggio che ha attraversato diversi miei racconti e idee che poi non mi soddisfacevano, ma che si è visto (peraltro interpretato da me) nel mio mediometraggio “L’Ultimo Invito”, nei panni del Capitano Marchesi: nel libro è diventato Bianca, un magistrato. È una donna col viso deturpato da una cicatrice orrenda e ben visibile, che ha pesantemente condizionato tutta la sua esistenza.

C’è un personaggio a cui sei particolarmente affezionata e perché?
Senz’altro a Febo Ledesma, il nostro bellissimo prete. È uno dei personaggi a cui ho dedicato maggior attenzione, e si sa che i personaggi completi sono praticamente delle miniere per uno scrittore.
La scrittura di questo libro dici che ti ha aiutato a capire alcune opere, come ad esempio “I sei personaggi” di Pirandello o “Il prete bello” di Goffredo Parise. Perché?
“Il prete bello” è un’opera meravigliosa che in realtà ho letto proprio dopo aver scritto “Il Dio Febo”. L’unica somiglianza tra i due personaggi è la bellezza e la presa sulle fedeli, ma la sensazione di aver scritto qualcosa che in qualche modo mi avvicina a una penna come quella di Goffredo Parise è gradevole e curiosa. Pirandello innanzitutto è la mia luce guida dai tempi del liceo. Ne “I sei personaggi in cerca d’autore”, ma anche, per esempio, ne “La tragedia di un personaggio”, Pirandello vuole dire che i personaggi creati da uno scrittore sono entità talmente ben compiute da poter dettare quelli che saranno i fatti della storia, e nel creare le trame dei miei racconti mi sono resa conto che è effettivamente così: un personaggio come Febo, di cui sappiamo tutto, di cui conosciamo l’infanzia, i pensieri, i desideri, le aspirazioni, l’aspetto, le abitudini, appare più vero di un uomo reale, e noi non potremo mai decidere davvero come reagirà di fronte ai fatti, ma sarà la sua compiutezza a guidare le sue azioni e a decidere la direzione che prenderà la storia che abita.



