La prima e ultima volta che ci andai ero alle medie, a metà degli anni Settanta: il cinema ‘Borgia’ era già una città di fantasmi. Ricordo che ci fecero vedere ‘Il delitto Matteotti’ e gli occhi azzurri di Franco Nero erano sbiaditi come costose foto a colori degli anni Sessanta. Fu un’iniziativa mascherata di cultura ma, probabilmente, un modo come un altro per far uscire una scolaresca dalle mura ammuffite di un ex seminario vescovile. Anche se il vecchio cinema era distante sì e no duecento metri Ricordo le poltroncine, minuscole e tutte in legno: la loro disposizione ricordava un anfiteatro a picco sul proscenio, fitto di scranni per gli allievi di una scuola di pratica chirurgica seicentesca. Il cinema era stato ideato nell’immediato dopoguerra, nel ventre di un palazzo seicentesco gravemente lesionato dai bombardamenti del 1944. Cinema e basta, niente teatro: come se, nella ricostruzione, la nozione di teatro fosse qualcosa troppo dispendioso ed esageratamente anacronistico.
LA SINAGOGA DI VELLETRI
Più tardi scoprii che nell’area del cinema ‘Borgia’ era esistito il ghetto ebraico e che probabilmente i Borgia stessi erano di origini giudaiche. La sinagoga trecentesca conserva tuttora la parete orientale originaria e il rosone marmoreo a forma di stella di Davide. Il cinema non esiste più, soppiantato da un garage condominiale. Ogni tanto colgo l’attimo in cui la saracinesca automatica si apre e sbircio dentro: il ventre deturpato del vecchio cinema mostra ancora la cavità dell’anfiteatro. E mi sembra di vederli, i fratelli Arpaia, che ne furono proprietari, aggirarsi indaffarati in quell’utero di cemento e metallo, in cerca di qualche tesoro inestimabile giunto intatto fino a questi giorni gelidi.

Luca Leoni



