Tre mi sembrano i fondamenti storici, senza i quali sarebbe forse stato impossibile concepire l’idea che 12 stati europei hanno ufficialmente proposta di costruire, con fondi della comunità europea, un muro lungo il confine orientale della prima linea di stati europei a partire da oriente, cioè lungo il confine orientale del nostro continente.
Premetto che l’idea, sia pur con uno spostamento di centinaia di chilometri verso occidente della parte superiore del confine, non solo era venuta agli, ma era stata realizzata dagli imperatori romani, a partire da Augusto: il famoso “limes” organizzato lungo la linea Reno- Danubio, che però, a partire dal IV secolo, non servì a nulla sotto il dilagare delle, come le definì papa Ratzinger, “migrazioni di popoli”.
Il primo fondamento lo vedo nel “revival” antisemita, e più precisamente antislamico, in corso in tutto il mondo, e del quale gli stati di cui sopra sembrano smaniare di prendere l’egemonia. Dei 12 stati la Polonia, l’Austria, l’Ungheria, vantano a gara il titolo di salvatrici dell’Europa cristiana, nel ‘600, dall’espansionismo dell’Islam turco, e la Grecia, la Bulgaria, Cipro si dolgono ancora di secoli d’oppressione politica e religiosa ottomana.
In altre parole la mentalità più diffusa in questi stati è: i musulmani sono nostri nemici storici, e come tali li trattiamo anche oggi. ( Anche se quei poveri montanari afgani o curdi, di stirpe indoeuropea, o quei poveri semiti siriani, in fuga da guerre alimentate dalla fiorente industria militare di paesi non certo islamici, non hanno, neppure risalendo di cinque secoli, mai avuto nessuna parentela con le masse di turchi, d’etnia mongolo-tatara, che avevano allora schiacciata l’Europa orientale).
Il secondo fondamento lo vedo nel venir meno, se non nel rigetto, o addirittura nell’irrisione, da parte di una notevole frazione d’abitanti dell’Europa ex comunista, dell’ideale dell’internazionalismo proletario.
Negli anni ottanta ho visto a Bamako, capitale del Mali, le prove che quell’ideale era stato preso sul serio da regimi comunisti.L’Urss aveva dotato quella città d’un grandioso stadio “omnisport” , d’un “Palazzo della cultura” imponente, d’un gigantesco e complesso edificio attrezzato per avviare all’artigianato centinaia di ragazzi, oltre ad aver donato moltissime borse di studio a studenti maliani: uno dei segni più sinistri della “liberazione dell’Urss dal comunismo” fu proprio l’incendio che distrusse la struttura ospitante gli studenti del Terzo Mondo a Mosca.
La tanto demonizzata Germania Est aveva fatto costruire una strada di 1300 km., liscia come un biliardo, congiungente la capitale alla città di Gao, e regalato un centro avveniristico di telecomunicazioni. La Jugoslavia titina aveva fatto nascere il cinema maliano, con creazioni d’altissimo valore sociale, oltre che artistico.
Se oggi la mentalità è cambiata, e a fronte dei “dannati” odierni le istituzioni di quei paesi usano il manganello o peggio, ed invocano il muro, vuol dire che quell’internazionalismo è stato soffocato, sia dall’efficienza degli evangelizzatori del pensiero unico, il cui messaggio fa apparire quell’ideale di fratellanza o un sogno romantico o addirittura un imbroglio del comunismo,
sia dalla spietatezza dell’ “aut-aut” al quale gli abitanti di quelli che erano gli stati “oltrecortina”sono oggi costretti: farsi sfruttare in patria da padroncini che vogliono “crescere” in fretta, e da delocalizzatori, magari italiani, ancor più affrettati, oppure farsi sfruttare all’estero, magari raccogliendo cocomeri o selezionando spazzatura: dunque né tempo né danaro per aiutare chicchessia, a parte i familiari. Per non parlare dei “dritti” i quali, fiutata bene l’aria che tira, sono intenti ad imboccare la strada maestra per “arrivare” presto e bene, l’affiliazione alla mafia della propria nazione.
Il terzo fondamento è, come il precedente, un vuoto venuto a crearsi nell’anima di tanti.
In tutti i 12 paesi il cristianesimo, nelle sue varie confessioni, ha avuto una tradizione antica e ricca, ed in quelli ortodossi e cattolici, durante il comunismo, dei martiri.
Abbiamo visto, in quella che era stata la santa Russia, risplendere di nuovo oro le cupole a bulbo, erigere un faraonico santuario a San Karol Woityla in Polonia, Madonne riattrarre fedeli in Jugoslavia.
Ma la nascita della libertà di culto in che cosa si è concretizzata?
Un mio amico che ha vissuto a Mosca in quel periodo mi confidò che il nuovo stato post comunista elargiva alla chiesa ortodossa i proventi della tassa sulla vodka, in aumento dopo la fine delle campagne sovietiche contro l’ubriachezza.
Cosa c’era dentro, o sotto questo “rinascimento”, al di fuori ed al di sopra dell’edilizia religiosa e di molto spettacolari celebrazioni liturgiche di barbutissimi pope?
Ora qualcosa di sicuro è venuto fuori.
Che, non m’interessa se dentro e/o fuori dalle chiese riaperte e restaurate, ed in quali percentuali, per classi sociali o d’età o altro, c’è gente che, nel consentire al respingimento non solo burocratico, ma a manganellate, all’affamamento ed all’esposizione forzata alla neve ed alle intemperie di uomini, donne, neonati, anziani sopravvissuti alle bombe ed alla fatica disumana di migliaia di chilometri di fuga talora a piedi , irride e calpesta l’essenza del cristianesimo, incarna perfettamente il modello di “cittadino della città del diavolo” tipizzato da Agostino di Tagaste:” Colui che ama sé stesso fino all’odio contro gli altri”.
Non mi risulta che un pope o un patriarca, in nome d’una Serbia, d’un’Ungheria, d’una Slovenia cristiane, si sia interposto tra i poliziotti assatanati ed il gregge umano supplicante.
Che c’è un ritorno all’era precristiana, quando questi popoli, guidati dai propri knjaz, hetman o khan, forzavano il “limes”, ognuno forte della paura che incuteva con il proprio numero, modo di vivere e modo di combattere. Esattamente quello che oggi quei popoli, e non solo loro, chiamano “identità”, o “sovranismo”.
Che c’è una riassunzione e rivendicazione di tutti gli aspetti anticristiani della loro tradizione, essenzialmente quella militarizzazione del cristianesimo che portò un giorno al “Gott mit uns”.
Per concludere, lo sradicamento del socialismo e del vero cristianesimo dall’anima di questi popoli, ed il conseguente ritorno a precedenti forme di barbarie, ha create in quel terreno psichico le condizioni ideali per
la disseminazione, anche istituzionalmente organizzata, e benedetta da Bruxelles,del pensiero unico del neo capitalismo.
Questo nelle linee generali.
Ma sarebbe colpevolmente irrispettoso della realtà ignorare che, nel cuore stesso di questa “terra desolata” sopravvivono singoli e movimenti che non si rassegnano a farsi trascinare passivamente da questo “trend”. Ne sono le punte il Navalnyi incarcerato e sottoposto a tentato assassinio, le eroine ukraine e bielorusse costrette all’esilio, e tanti che si mobilitano, anche in Polonia ed Ungheria, per portare ancora avanti la tradizione di vera gloria delle proprie patrie.



