Un politico attualissimo

Un nome che forse solo qualche studente universitario d’economia o qualche sindacalista serio, nella fascia sotto i quarant’anni, avrà orecchiato. Perché ciò che ha pensato e realizzato è stato, più o meno sempre, occultato, accantonato, messo sotto silenzio dal filone dominante degli “opinion makers”, perché preoccupava, irritava, indisponeva i puntellatori d’un capitalismo libero e giocondo, in cui qualunque “brain” o “brain  trust” che volesse farsi strada doveva lavorare sempre e solo per aumentare i profitti privati.

Obiettivo che non fu quello di William Beveridge, nato nel 1879, ed arrivato alla politica da una lunga gavetta nel campo delle assicurazioni sociali.

Nel 1942 Londra era da pochi mesi uscita dall’incubo quotidiano dei bombardamenti aerei nazisti, che avevano raso al suolo interi quartieri, ed il primo ministro Churchill aveva commissionato a questo esperto un “Rapporto al Parlamento sull’assicurazione sociale e servizi connessi”. Le macerie ancora visibili, l’incubo d’una violazione mai avvenuta prima della capitale del Commonwealth, le notizie disastrose provenienti da vari fronti di guerra non scossero minimamente la lucidità e la serenità della mente di Beveridge, che sembrava aver condensato in sé tutto il meglio di quell’anima inglese che, non solo nei militari, ma in ogni singola persona, dalla vecchietta al bambino di cinque anni, reagiva alla catastrofe con freddo self-control, con responsabilità personale e collettiva, con silenziosa dignità.

E  fu proprio pensando a queste persone, ai milioni di disoccupati, alle migliaia   di orfani di guerra  che Beveridge concepì il suo rapporto, in cui, teorizzando, sulle orme di Victor Hugo, che la miseria può essere vinta, ovvero, su quelle di Marx e Franklin Delano Roosvelt, la vittoria nella battaglia per la libertà dal bisogno, scrisse tra l’altro:  “Il bisogno si definisce come insufficienza di reddito per ottenere i mezzi d’una sana sussistenza : vitto adeguato, alloggio, vestiario e combustibile.

Il piano di sicurezza sociale è diretto ad assicurare che ogni individuo, a condizione che lavori fintanto che può, e che versi dei contributi detraendoli dai suoi guadagni, abbia un reddito sufficiente ad assicurare a sé ed alla propria famiglia una sana sussistenza, un reddito che lo sollevi dal bisogno nel momento in cui, per qualsivoglia ragione, egli non possa più né lavorare né guadagnare”. A questo “reddito di sussistenza”, che era semplicemente un allargamento di misure già in vigore nell’Inghilterra in  testa nel mondo come legislazione sociale, Beveridge innova con altre due: “Sussidi per l’infanzia, in modo che nessun bambino  possa mai trovarsi in condizioni di bisogno, ed ogni specie d’assistenza sanitaria per tutte le persone in caso di malattia, senza alcun pagamento all’atto della prestazione dell’assistenza stessa, così da evitare che alcuno debba  soffrire perché non ha i mezzi necessari per pagare il medico e l’ospedale”. È assolutamente necessario precisare, per chi pensasse, comprensibilmente: “Ma queste chiacchiere le fanno ogni giorno anche dei nostri politici”, che non si trattò di chiacchiere, ma, grazie al senso di responsabilità inglese, dalla regina, al Parlamento fino all’ultimo disoccupato, il programma di Beveridge venne realizzato, nel segno del suo slogan” lo stato deve accompagnare (economicamente) il cittadino dalla culla alla tomba”.

E costituì il modello per tutti i “welfare”, compreso il nostro.

Se osassi azzardare un elenco delle erosioni, dei guasti, delle messe fuori servizio, perfino dei capovolgimenti, anche limitandomi all’Italia, del sistema anche da noi realizzato nello spirito di Beveridge, scriverei qualcosa di ancor più lungo del suo rapporto, e non solo; girerei il coltello nella piaga ad ogni lettore che ha subito sulla propria pelle qualcuno di questi arretramenti di civiltà. Non lo farò. Ed allora mi limiterò ad uno solo, e proprio riguardante Velletri, proponendolo in forma di domanda, piuttosto che di denuncia. I sindaci di Velletri e Lariano hanno trovato una soluzione al problema, loro presentato dettagliatamente da un comitato di cittadini,  della pretesa, confliggente frontalmente con le parole “ogni specie d’assistenza sanitaria per tutte le persone in caso di malattia,  senza alcun pagamento all’atto della prestazione dell’assistenza stessa”, da parte di autorità comunali, d’esigere “tickets”, cioè “sovrattasse sulla malattia” dai familiari di persone che fruiscono, o fruivano, d’assistenza domiciliare?

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