Con “127 gradini a Parigi” l’esordio letterario di Roberto Candidi

Il 14 gennaio uscirà nelle Librerie il primo romanzo scritto da Roberto Candidi, larianese di origine ma parigino d’adozione. Proprio dalle atmosfere della capitale francese è nata questa narrazione autobiografica che ripercorre un periodo particolare della vita dell’autore, alla ricerca della felicità e dell’evasione, con il senso dell’azzardo e la pienezza del vivere quali perni dei suoi vivi e attualissimi ricordi. Ecco l’intervista all’autore, in attesa che “127 gradini a Parigi” (edito da Efesto) arrivi sugli scaffali e negli store on line.

Roberto, ti abbiamo conosciuto fin qui come musicista, sempre attivo nel campo artistico. Questo invece è un esordio letterario: quando hai deciso che era arrivato il momento di scrivere un libro?

La voglia di scrivere un libro è nata dal mio amore per la letteratura. Negli ultimi dieci anni della mia vita la lettura è stata salvifica per superare momenti di indecisione e solitudine, ma è stata anche slancio propulsivo per imparare ad osare. Mentre leggevo, ho notato che molti scrittori altro non facevano che raccontare le proprie vite; viaggi, delusioni, cambiamenti, amori.  Così mi sono detto che anche io avevo una storia da raccontare, la mia, e l’ho fatto.

Un titolo che rimanda in maniera netta ad una città dai mille fascini, Parigi. Perché la capitale francese ti ha conquistato?

La risposta a questa domanda si trova nel prologo del mio romanzo. In sintesi, una breve vacanza di quattro giorni in quella città mi ha fatto “partire” la testa. Ho visto suonare in ogni locale in cui entravo, ragazze disinibite, Montmartre, le passeggiate sul canale Saint Martin e i ragazzi che suonavano per strada. Io dovevo vivere lì, volevo quella vita.

In questo romanzo hai riversato tutte le tue passioni, desumibili anche dalla caratteristica immagine della cover. Ce le sintetizzi?

Nella copertina del libro non sono entrate tutte le passioni, come la letteratura, ma avendo scritto un romanzo è abbastanza evidente che anch’essa lo sia; ovviamente la chitarra e la dedizione alla musica, l’amore per Parigi appunto, la passione per il vino anche se nella cover è raffigurata una coppa di Martini, e la seduzione. La seduzione, si, a chi non piace la seduzione?

Un messaggio che hai dato nel presentare il libro sui social è quello della necessità di “evasione”, di andar fuori dai propri confini. Tu che vivi in una città di provincia come ti sei rapportato alla metropoli europea?

Non voglio svelare troppo, perché il libro racconta in tre fasi ben distinte proprio l’evoluzione nel relazionarsi alla metropoli europea. Il primo capitolo si intitola “Stupore”, il secondo “Presa di coscienza”, il terzo “Delirio”. Credo che i titoli dei capitoli lascino intendere bene come si è evoluta la mia permanenza in quella città.

127 Gradini a Parigi - copertina

C’è un pubblico a cui ti rivolgi in particolare con questo libro?

Certamente, sono i giovani. Credo fortemente che intorno ai 23/24 anni un ragazzo debba scappare di casa, fare un’esperienza non necessariamente all’estero, ma che coltivi il dovere di essere indipendenti nei confronti della propria famiglia. Non si tratta solo dell’aspetto economico, ma di essere in grado da soli di capire quello che si vuole dalla vita. Non deve suggerirtelo la famiglia, che spesso è prudente con le scelte, e in quegli anni di vita invece occorre coltivare l’azzardo.

Chi sono i maestri che ti hanno ispirato in questa avventura? Ci sono degli scrittori, italiani o francesi, che in un certo senso sono stati una guida?

Uno su tutti è stato Hemingway, la sua opera “Fiesta Mobile” è stato un vademecum per me in quegli anni, poi lo seguono Henry Miller, Sartre, Fitzgerald, Pasolini, Stendhal, Céline e Balzac. In quegli anni avevo bisogno di letture che parlassero di Parigi, ecco perché erano perlopiù autori francesi o americani che avevano vissuto a Parigi. Occorre però dire che non è stato tanto un romanzo in particolare, quanto leggere la biografia di Modigliani, a farmi accendere il fuoco dentro.

Vanità, illusione, amore, stile… tante parole possono descrivere un libro. Quali collegheresti al tuo e perché?

Alcune già le hai dette, ma se vogliamo utilizzarne una, direi che la migliore è un verbo, “sognare”.

Scrivere in prima persona comporta spesso problematiche relative al pudore, all’omissione. A te è successo oppure non ti sei preoccupato di crear scandalo?

Pudore? Cos’è? Se magna? Battuta a parte, no. Ho scritto tutto quello che dovevo senza farmi frenare dal pudore, anzi il divertimento è stato proprio quello.

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