Una splendida chiacchierata quella che abbiamo fatto in Redazione con il Maestro Fabio Massimo Capogrosso, autore della colonna sonora di “Esterno Notte” di Marco Bellocchio e non solo. L’artista e compositore vive ai Castelli Romani, e della nostra aria si nutre e da essa trae ispirazione per le sue note. Nato a Perugia nel 1984, è stato il primo compositore in residenza della storia della Filarmonica Toscanini. La sua carriera, in piena ascesa, è costellata di premi e riconoscimenti e l’ultima esperienza per il film di Bellocchio è solo una tappa di un percorso bellissimo che sarà pieno di altre sorprese.
Fabio Massimo Capogrosso, tra premi, riconoscimenti ed esperienze hai una carriera che definire di successo è dire poco nonostante la tua giovane età. Quando hai cominciato ad avvicinarti alla musica e quali sono stati i primi approcci con essa?
Il mio approccio alla musica risale alle scuole elementari. Mi fecero fare un corso di pianola, insieme agli altri bambini. La maestra chiamò i miei genitori e gli disse che facevo cose che gli altri non facevano, suggerendogli di farmi studiare per un’attività che mi veniva naturale. I miei mi chiesero se volessi studiare uno strumento, e iniziai pianoforte. Intorno ai tredici anni oltre a studiare mi veniva naturale cambiare i testi e scrivere cose mie…
Si dice spesso che gli artisti diano vita alle loro creazioni con una scintilla, con un’ispirazione. Anche per te è così?
Sì, l’ispirazione è così. È chiaro che a un certo punto subentra anche il mestiere, ma quanto più è forte l’ispirazione tanto più senti tuo quel lavoro. È molto difficile da spiegare, ma ci sono lavori che nascono in modo naturale, con un fuoco dentro che fa scrivere in maniera impulsiva. Un fuoco che ti consuma, per questo tra un lavoro e l’altro cerco un momento di stacco. È come se lasciassi un pezzo di me in ogni brano.
“Compositore” è un termine forse poco utilizzato dal pubblico. La musica è qualcosa che si “compone”? Se dovessi descrivere il tuo lavoro a un bambino, come glielo racconteresti?
Gli racconterei che il compositore sente musica in testa e poi la deve tirare fuori da lì. È forse la metafora che più si addice.
Hai all’attivo decine di collaborazioni con grandi artisti di ogni sfera artistica. Che effetto fa essere in questo mondo?
È un effetto piacevole, uno dei più belli del mio lavoro. Il confronto con persone che hanno una visione profonda dell’arte. Insieme all’aspetto creativo, che si svolge in completa solitudine e in un rapporto intimo tra il pezzo e te stesso, l’altro aspetto migliore è proprio condividere il proprio lavoro con artisti che hanno una visione profonda delle cose.
Poco tempo fa la chiamata del Maestro Marco Bellocchio per la colonna sonora di “Esterno Notte”. Un progetto importante su un tema ancora oscuro della storia d’Italia. La tua sensazione da persona che è nel progetto?
La collaborazione con il Maestro Bellocchio è stato uno dei punti più alti del mio percorso musicale. La mia sensazione è che si tratti di un capolavoro. Marco è un genio, vede le cose in modo diverso dagli altri. Non posso ‘spoilerare’ perché deve ancora uscire, ma c’è una sceneggiatura straordinaria, una fotografia altrettanto straordinaria, così come gli attori e la regia. Credo sarà uno dei progetti che rimarrà nella storia della televisione italiana. Il fatto che venga presentato a Cannes ed esca anche al cinema fa capire che livello di prodotto è.

Che suggestioni ti hanno guidato nella stesura della colonna sonora?
Ho iniziato leggendo la sceneggiatura. Marco Bellocchio ha ascoltato le mie musiche, io non ho mai scritto una colonna sonora. Ha chiesto di incontrarmi e mi ha detto di buttare giù una sorta di tema di due minuti. Dopo qualche giorno gli ho portato quindici minuti di musica, e alcune di quelle tracce sono rimaste nella colonna sonora. Le suggestioni derivano quindi dalla sceneggiatura, poi ho cominciato a vedere il girato e le prime immagini per capire la temperatura e il colore dell’opera. È un progetto per sei ore di film, quindi molto lungo, a ritmi anche di 14-15 ore al giorno. Momento importante è il confronto con Marco, mi chiamavano in moviola e mi facevano vedere i premontati. Sia Marco che Francesca Calvelli, sua moglie e montatrice dei suoi film, un’altra persona geniale, mi hanno aiutato dandomi tante chiavi interpretative sul lavoro.
Progetti in cantiere che si possono svelare?
I progetti non puoi mai svelarli finché non sono ufficiali. Forse un’opera lirica, probabilmente un film, tutto è in via di definizione.
Un pregio, un difetto e un sogno…
Il pregio probabilmente è anche un difetto, cioè quello di non scendere mai a compromessi e seguire sempre le mie idee fregandomene di tutto il contorno. Questo è un pregio perché aiuta a costruire uno stile personale, la mia musica è la musica di Fabio. A livello politico o di relazione può essere un difetto. Nonostante tutto, però, sto lavorando molto e sono contesto. Il sogno invece è quello di veder crescere bene il proprio figlio insieme a mia moglie.
Il tuo rapporto con i Castelli Romani come si snoda? Sono mai stati da ispirazione alla tua opera?
Ho preso una mansardina dove c’è solo un pianoforte, insieme a un tavolo e a un pc senza neanche internet per evitare distrazioni. Spesso la mattina e anche la notte mi sveglio e vengo qui, nel silenzio, e scrivo. Ho trovato ai Castelli un bell’ambiente, a misura d’uomo, mi fa sentire bene. Non sono mai stati un’ispirazione diretta, ma è vero anche che tutto ciò che ho scritto l’ho fatto qui e questo un peso probabilmente lo ha.



